Binge eating: quando il piacere del cibo si trasforma in dipendenza

Binge eating: quando il piacere del cibo si trasforma in dipendenza

Esiste davvero la dipendenza da cibo o ci sono solo persone “più golose” e “meno rigorose” e attente alla loro linea?

Già da molti anni i ricercatori sono convinti che la dipendenza da cibo esista e che chimicamente funzioni in maniera analoga alla dipendenza da droghe.

 

Il piacere del cibo, letto attraverso il cervello

Uno studio del 1999 condotto da Hoebel e collaboratori ha dimostrato come le droghe d’abuso e il cibo utilizzino vie cerebrali “simili” (è come se attivassero gli stessi circuiti elettrici), tra cui la principale è la “via dopaminergica”.

La dopamina è un neuromodulatore che il nostro cervello rilascia in situazioni definite di “ricompensa” (cioè situazioni per noi molto piacevoli), quindi non ci stupisce che venga rilasciata sia dopo una buona cena che dopo l’utilizzo di una sostanza stupefacente.

Tutti quegli stimoli che producono “motivazione e ricompensa” (come il sesso, il buon cibo, l’acqua quando si ha sete), inducono il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens, una piccola regione situata nella parte profonda del cervello. Sempre in quest’area lo stimolo viene regolato sull’effettivo bisogno del nostro copro, per evitare eccessi.

Proprio lì, nelle persone con dipendenze, qualcosa va storto.

Uno studio di risonanza magnetica funzionale (Gearhardt et al., 2011) ha rilevato che la dipendenza da cibo e quella da droghe implichino l’attivazione di aree molto simili nel cervello umano.

Questo significa che, in questi soggetti, la ricompensa di cibo e droghe aumenta la frequenza dei comportamenti che portano al raggiungimento della ricompensa stessa, a causa dell’aumento della dopamina nelle regioni cerebrali che compongono il “sistema limbico”, di cui fa parte proprio il nucleus accumbens.

In queste persone si registra insomma un’elevata attivazione del circuito cerebrale implicato nella ricompensa e una ridotta attivazione delle regioni cerebrali che inibiscono l’ingestione di cibo.
È come se, una volta acceso l’interruttore, non si riuscisse più a spegnerlo.

 

Binge Eating, mangiare fino a sentirsi male

È proprio a causa di questi meccanismi che nelle persone dipendenti da cibo molto spesso si verifica il fenomeno noto come binge eating, ovvero le abbuffate incontrollate di cibo.

Questo fenomeno è caratterizzato dal mangiare grandi quantità di cibo più velocemente del normale, anche se non ci si sente effettivamente affamati, e dal riuscire a smettere di mangiare solo quando ci si sente dolorosamente pieni.

Questo disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder, BED) è una vera e propria patologia e come tale va considerata e affrontata.

Non si tratta di “golosità” o “mancanza di volontà” e chi ne soffre non deve subire giudizi superficiali o stigma sociale.

 

Binge Eating, obesità, qualità e aspettative di vita

Il disturbo da alimentazione incontrollata porta quasi sempre allo stato di obesità. Di conseguenza, il BED comporta importanti complicazioni mediche fra cui: diabete, malattie cardiovascolari, apnee notturne e ipertensione arteriosa. Tutte patologie che comportano una ridotta aspettativa di vita.

Gli individui affetti da BED, inoltre, da un punto di vista psicologico, sono tipicamente depressi e/o stressati a causa del proprio problema alimentare.

Spesso questa sensazione porta all’isolamento sociale per via della vergogna derivante dal proprio stile alimentare o dalla propria condizione di sovrappeso od obesità.

 

Binge Eating, come affrontarlo e imparare a dominarlo e vivere bene

Come tutti i disturbi del comportamento alimentare, il BED necessita di un approccio multidisciplinare, frutto della collaborazione tra psichiatra, dietologo e psicologo.

Si hanno a disposizione diversi tipi di trattamento, ciascuno focalizzato su specifici aspetti del problema e su modalità pertinenti di intervento.

Una semplice dieta dimagrante non è abbastanza: non riduce le abbuffate ed è accompagnata da una probabilità di ricaduta estremamente alta.

La psicoterapia può aiutare molto, riducendo il rischio di ricaduta e la frequenza delle abbuffate, ma non è detto che porti a una significativa perdita di peso del paziente.

In conclusione, un percorso psicoterapeutico ben strutturato e una dieta a ridotto contenuto di calorie sono sicuramente la miglior combinazione per combattere una dipendenza tanto forte e, purtroppo, sempre più frequente nei paesi sviluppati e in via di sviluppo.

 

Adriano Acciarino,
Ph.D. in Psicologia e Neuroscienze Sociali,
Professore a contratto di Pedagogia Generale e Sociale

 

BIBLIOGRAFIA

Hoebel, B., Rada, P. V., Mark, G. P., & Pothos, E. (1999). Neural systems for reinforcement and inhibition of behavior: relevance to eating, addiction and depression. Wellbeing: Foundations of Hedonic Psychology, 560–574

Gearhardt, A. N., Grilo, C. M., Dileone, R. J., Brownell, K. D. & Potenza, M. N. Can food be addictive? Public health and policy implications. Addiction 106, 1208–1212 (2011)

Autore dell'articolo: Redazione